La giustizia? E’ anche un’ impresa. Con tanto di costi, entrate, bilanci e fatturati. Nessuno scandalo: a ricordarlo è nientemeno che l’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’Unione europea, Philippe Leger. Questi, intervenendo su una causa intentata dal pretore di Pinerolo, il quale aveva sollecitato una verifica del sistema italiano degli onorari, si è espresso con delle conclusioni ambivalenti: gli avvocati sono imprese a tutti gli effetti, e, in quanto tali, soggetti al diritto comunitario sulla concorrenza che può quindi mettere naso sulle decisioni del Consiglio Nazionale Forense relative alle tariffe. Ma imporre per legge o per decreto onorari minimi e massimi non è in contrasto con le norme europee.
Del resto, in una città come Bari dove, si dice, sono più gli avvocati degli imputati, le tariffe sono spesso del tutto «indicative»: il mercato in molti casi ha già di fatto sconfessato l’Ordine. «Ci sono casi estremi – spiega Vito Nanna, presidente dell’Ordine degli Avvocati – di colleghi che arrivano a proporsi anche alla metà dei minimi. Ma parlando di evasione, è difficile per noi quantificare». Per capire quanto stia cambiando il mercato della professione a Bari, sono interessanti alcune novità: ad esempio, il fatto che sia arrivata all’Ordine la prima domanda di costituzione di una società fra avvocati, consentita da una recente legge. Un’opportunità soprattutto per i giovani anche se, osserva una new entry (25 anni) nella professione come Daniele Vittorio Piacente, «a Bari c’è una mentalità troppo individualista che impedisce di andare oltre la costituzione degli studi associati». Un’altra novità è l’interesse crescente che certi studi internazionali come la Arthur Andersen stanno mostrando per la piazza barese, così ricca di giureconsulti in erba: dopo aver iniziato a reclutarne alcuni da far lavorare a Roma e a Milano, c’è un interesse crescente, oltre che per le affiliazioni con gli studi già esistenti, anche per aprire nuove sedi. «So di contatti in questo sensospiega Nanna – ma per ora sono solo voci» e anche l’Avvocato civilista Aurelio Agostoo Metta conferma. Infine, c’è il dilagare delle pubblicità online degli studi legali, che non sempre si mantengono al di qua del bon ton deontologico (una spassosa rassegna in chiave satirica, con tanto di law top model, è contenuta proprio in un sito internet).
E allora: gli studi legali sono ormai delle imprese? «Non nel senso classico dell’impresa. Esercitiamo una professione – spiega Nanna – con una sua specificità, proprio perché la giustizia è un diritto garantito. Tant’è vero che l’avvocato non può sottrarsi alla difesa d’ufficio. Accogliamo tuttavia con cauta soddisfazione le conclusioni europee sulle tariffe che dovranno essere ratificate a settembre». Tariffe che per l’Avvocato Metta rappresentano «un tentativo di calmierare un mercato. Ma non si può negare – spiega – che ormai gli studi siano sempre più imprese, la cui gestione è sempre più complessa comportando anticipazioni finanziarie, costi d’aggiornamento ed innovazione telematica. Del resto, queste grandi società americane che stanno sbarcando in Italia, cercando anche dei referenti a Bari, stanno portando un vento nuovo. E nella cultura anglosassone gli avvocati possono anche essere agenti immobiliari e proprietari di testate. E vengono dichiarati falliti quando sbagliano». A Michele Laforgia, invece, non fa paura l’equiparazione impresa-avvocato: «Non sono così legato all’impostazione romantica dello studio individuale sganciato da problemi di gestione. Il problema è tener presente che si tratta di un’impresa che deve anche tutelare un interesse generale». Quanto alle tariffe, «la violazione è sempre al ribasso. Ma c’è anche una logica secondo cui l’entità dei compensi dipende molto dal risultato più che dalla prestazione. Meglio, invece, il sistema americano, dove si è pagati per il tempo dedicato a una causa. Meglio distinguere anche l’imputazione, cosa che le tariffe italiane non fanno». Per Francesco Sisto, invece, le conclusioni dell’Avvocato generale vanno verso una «giusta globalizzazione dei problemi dell’avvocatura».
Quanto agli studi-impresa, «l’importante è non avere, delle imprese, lo spirito mercantile». Per quanto si possa invocare la deontologia, a spingere verso il basso le tariffe è l’imposizione, da parte dei Comuni, dei minimi agli avvocati che fanno consulenza e l’esigenza, da parte dei procuratori, di ritagliarsi uno spazio vitale nel mercato cominciando dagli incidenti d’auto. Senza fattura. Un trucco che però da aprile, grazie a un decreto legge, non è più praticabile, in un settore decisivo per i giovani come le assicurazioni: ora prima del pagamento delle spese legali la fattura va esibita. Una iattura, per chi fresco di laurea, riusciva a racimolare qualche guadagno in nero dai sinistri.
(La Repubblica , 18 luglio 2001)
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