Uno, tre, tot anni. Le riforme nuove e datate, le leggi che regolano le separazioni familiari si basano sui numeri, ma questa volta, una tantum, è la maturità di Cristina a dettare le regole. Lei ha 16 anni, e questo non è il suo vero nome. È la unica figlia di due persone che tanto tempo fa si sono amate, sposate e hanno vissuto con lei per una quindicina d’ anni. Fino ai primi mesi del 2003, quando la sua mamma ha chiesto la separazione “per colpa” dal suo papà. Un’ordinaria crisi interna alla coppia, che nulla ha a che vedere con la presenza di terzi, presunte figure destabilizzatrici di un rapporto, vie di fuga o di partenza per altre strade. Un ménage collaudato che invecchia e si spezza, non funziona proprio più, e la separazione resta l’ unica soluzione. Presi i contatti con i rispettivi avvocati, avviate le pratiche, si formalizzano le prime richieste. Primavera 2003: dinanzi al giudice del tribunale di Bari, Ercole Dini Ciacci compaiono le parti.
C’è anche Cristina, è abbastanza grande per prendervi parte. Il giudice ascolta i suoi genitori: reddito pro capite praticamente uguale, di livello medio per entrambi, sia mamma che papà chiedono il suo affidamento. Difficile decidere. Il magistrato allora li fa uscire tutti, genitori e avvocati, vuol restare solo con Cristina e ascoltare dalla sua voce, lontano da eventuali pressioni verbali e non, ciò che realmente desidera dalla sua vita affettiva futura. Lei non ha dubbi, matura e consapevole molto più dei suoi anni: «Voglio restare con mio padre – sentenziato – certo, voglio continuare a vedere mia madre, le voglio molto bene e non smetterò di volergliene, ma vivere con mio padre mi darà più stabilità, più serenità. Questo è ciò che desidero». Studentessa modello, Cristina ha anche tanti hobby e attività extrascolastiche che frequenta con passione: tra le altre, i corsi di danza. Dopo averla ascoltata, il giudice ha facilmente risolto i suoi dubbi: genitore affidatario di Cristina e, di conseguenza della casa familiare, sarà suo padre, assistito dall’Avvocato Aurelio Metta. Toccherà alla mamma, dunque, pagare un assegno familiare per sua figlia, che comprenda anche i corsi di danza. Tutti nuovamente in aula, la decisione del giudice viene ufficializzata. La seduta è tolta, tutti a casa.
L’ordinaria storia di una lacerazione familiare, ma una storia fuori del comune per alcuni forti valori che racchiude. E che, per questo, merita una riflessione sul valore di un intervento come quello di Cristina. Sulla necessità di consentire ai figli di dire la loro in circostanze, sia pure difficili e dolorose, come queste. Non è semplice per un ragazzo scegliere, non dovrebbe mai essergli imposto, ma probabilmente ascoltarlo in relazione al suo gradimento può assicurargli quell’ equilibrio che il crollo della famiglia di origine può minare. Per Cristina suo padre è il punto di riferimento. Darle la possibilità di restare con lui, forse, significherà aiutarla a ritrovare il suo equilibrio.
(La Repubblica, 26 ottobre 2003)
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